Il comico che sei
La puntata più personale di Tendenza Groucho
A bunch of thoughts
Quella di oggi sarà una puntata più personale, e probabilmente anche più caotica del solito. Ma ho sempre impostato Tendenza Groucho sull’assoluta libertà e sull’assenza di calcolo; se si aggiunge che uno dei temi dei quali voglio parlare è proprio l’assecondare i nostri desideri, eccoci qui.
Un’ulteriore premessa. Una volta che verbalizzo i pensieri è come se si ridimensionassero, e vale anche stavolta: nella mia testa tutti i concetti espressi in questa newsletter avevano un peso specifico molto maggiore. Talvolta erano addirittura “gravi”, nel senso di pesanti. Poi ne ho parlato con altr* comic* e li ho riportati qui e ora mi pare che ogni cosa sia molto meno “definitiva”. Forse allora esternare i propri ragionamenti aiuta a rendere tutto più maneggiabile, riporta a una dimensione più quotidiana quello che chiuso nel nostro cervello era parso mastodontico e fuori dall’ordinario. O forse no, che ne so io.
Qualche tempo fa sono stato al Teatro Manzoni di Milano a vedere lo show di Gianmarco Soresi. E’ stato molto bello, per diversi motivi. Una cosa che mi ha colpito è la gioiosità che il comedian emanava. La sua capacità di settare quel mood emotivo in tutt* gli spettator*. Non so ben descrivere perché succedesse; probabilmente era l’intera persona, o meglio, l’intera stage persona di Soresi a determinarlo: la performance fisica molto teatrale, le vibes che il suo sguardo e il suo modo di parlare trasmettono, i contenuti così centrati per il suo pubblico, direi generazionali. Questa caratteristica era ancora più evidente nell’approccio agli spettatori, non solo durante il crowdwork ma in generale nella modalità di ingaggio del discorso verso la platea.
Uscito dal teatro con queste impressioni, ho subito pensato a quanto fossi diverso da Soresi come comico. Non parlo della qualità (sono OVVIAMENTE più bravo io), parlo proprio del tipo di sensazione che lascio al pubblico: cazzo, mi sono detto, io non trasmetto quella gioia. Dal punto di vista del rapporto con gli spettatori, mi considero un comico “aggressivo”; un collega col quale mi sono confrontato mi ha detto che nelle mie esibizioni c’è sempre della tensione, e sono d’accordo.
Quel giorno, nel viaggio in metropolitana che mi avrebbe riportato alla macchina, ho riflettuto sul fatto che esiste tutto uno spettro comico che io non usavo (quello appunto che avevo visto sfruttare da Soresi) e questo mi ha aperto alla possibilità di cambiare. Ma le cose si sono rivelate un po’ più complesse.
Hai detto “aggressivo”?
Complice un periodo in cui mi sto facendo domande sulla mia vita, è da un po’ che sono tornato a riflettere sulla mia comicità, ed in particolare sul perché faccio il comico. Ho già risposto in altre puntate della newsletter, e i motivi che ho citato nel tempo rimangono tutti veri: una certa predisposizione all’eversione e all’affermazione di un punto di vista alternativo; la convinzione che nulla sia assoluto e dunque che tutto sia passabile di risata; la promozione di una cultura antiretorica; la ricerca di un senso di comunione a partire dal riconoscersi come esseri umani uguali e imperfetti.
Queste spiegazioni, lo ripeto, sono valide, ma parlano poco di me, delle mie pulsioni, dei miei desideri. Più recentemente (e anche grazie allo show visto al Manzoni) ho messo a fuoco un altro motivo che finora avevo sottovalutato e che riguarda invece proprio questi aspetti. Ho sempre pensato che l’adagio secondo il quale la comicità sia una forma di riscatto personale (principalmente di torti o ingiustizie subite da piccoli) non si applicasse al mio caso; non mi sentivo (e non mi sento) vittima di traumi o di episodi che possono aver determinato una volontà di rivincita, addirittura di vendetta. Oggi vedo la questione un po’ più sfumata: riconosco che il mio desiderio di salire sul palco è anche un tentativo di appagare la mia esigenza di affermazione. E questo bisogno di conferma fa sicuramente parte di una più ampia necessità di validazione da parte degli altri che mi caratterizza. A dispetto di quello che credevo, mi sono reso conto che un ruolo importante del perché mi piace fare comicità è che attraverso di essa ottengo l’approvazione che (inconsciamente) sto cercando. Questo sottintende una enorme insicurezza, e il fatto che io non riesca a farla derivare da specifici momenti della mia infanzia non la rende meno concreta.
Da qui, quella che ho chiamato aggressività, e che se vogliamo possiamo semplicemente definire iper-performatività. Nell’interazione col pubblico, e in generale nell’approccio che ho con gli spettatori, voglio vincere. Con “vincere” intendo che l’obiettivo fondamentale per me è ottenere la risata e che il modo in cui la cerco è essere bravo abbastanza da aver costruito una punchline perfetta, una chiusa improvvisata veloce e geniale, qualsiasi cosa che dimostri il mio valore, sancito appunto dalla risata.
Attenzione, non voglio sminuire la mia reale capacità di ascolto o dipingermi peggio di quel che sono: so bene che dopo anni di palco ho imparato a vivere il momento, a entrare nel flusso di quello che succede, a farmi guidare dalla reazione del pubblico; ma riconosco che la mia bravura in tutte queste cose è finalizzata (anche) alla vittoria di cui sopra. L’iper-performatività è la mia cifra stilistica e la mia condizione mentale: mi porta a essere perfezionista ma anche inevitabilmente a soffrire quando perdo.
Questo meccanismo farebbe inorridire un improvvisatore puro, perché significa che ho dei freni a perdere il controllo; io sinceramente sono più moderato: credo che ciò che faccio sul palco sia un mix di aspirazioni diverse, che a volte confliggono. Se in questa newsletter mi sto concentrando solo sull’aspetto iper-performativo è perché sento che finora non mi ci ero soffermato abbastanza, o comunque non in questi termini.
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Ho sempre pensato che la potenza della comicità consistesse nell’accettare le proprie debolezze fino al punto di riuscire a riderne. Ma non è solo quello: scherzarci sopra è anche un modo per riacquistare potere, per mettersi in una posizione di forza. Ti parlo delle mie fragilità, ma te ne parlo in un modo che ti fa ridere e che quindi mi restituisce un senso di appagamento, di forza appunto. Paradossalmente, allora, l’unica comicità che ti fa veramente accettare le tue imperfezioni sarebbe quella solitaria: scrivere battute per sé stessi, senza pubblico, perché l’interazione con gli spettatori presuppone una dose di affermazione personale che aggiunge un livello diverso. Non sto scoprendo nulla di nuovo, è ovvio che qualsiasi arte presupponga un auditorio sottintenda dosi più o meno grandi di narcisismo; ma mai come ora mi è chiaro che questa dinamica mi appartiene e che anzi è uno degli stimoli fondamentali che mi spingono sul palco.
Inoltre, è cambiata la mia prospettiva sulla questione: se ho sempre giudicato problematico questo bisogno di approvazione, ora sento invece la necessità di valorizzare quello che sento e che sono. Dopo una vita passata a reprimermi, il mio percorso personale mi ha (finalmente) portato a cercare di esternare ciò che provo, ricercare ciò che desidero. Anche se in questi giorni cambio idea più velocemente di [inserite il politico che preferite], mi è maturata la convinzione che devo esprimere quello che sono, non correggerlo. Perché se è pericoloso affidare la propria serenità alla conferma esterna, lo è anche dubitare a priori di sé, di quello che si desidera. È un atteggiamento che comporta non meno dolore e che induce a vedersi come sbagliato.
Ecco quello che mi porto a casa, da questi giorni confusi: sicuramente quello che sono, come persona e come comico, potrà cambiare; sicuramente quello che sono mi farà riflettere mi porrà delle domande; ma, altrettanto sicuramente, quello che sono, come comico e come persona, non è sbagliato.
Segnalazioni
L’ultimo special di Soresi è su Youtube.
Il Vernacoliere sospende le pubblicazioni.
Please, Stand Up! è il sito che fa per voi.
L’angolo autoreferenziale
Ho pubblicato un pezzo completo sul mio canale YouTube che parla di Elon Musk, Israele e Palestina. Eccolo:
Dove vedermi live
Farò il mio one man show il 28 ottobre al Primo Tazze Stozze di Chieti (powered by Mic Drop Eventi) e il 31 ottobre all’Osteria dei Bulli di Casatenovo.
Io e Patrizia Emma Scialpi faremo una mezz’ora a testa il 29 a Lecce (per dettagli seguitemi su Instagram) grazie a Fausto Sandrone e il 30 ottobre all’Harbour di San Benedetto del Tronto per intercessione di Marco Di Pinto (BeComedy).
Il 21 ottobre sarò al Machan Pub di Milano, nella serata organizzata da Dan Batista, assieme a Nando Prati e Francesco Messina.
Il 24 ottobre mi esibisco alle Officine Ferroviarie di Torino assieme a Marsel e Matteo Zaffarano su invito del padrone di casa Il Merc.
La nuova battaglia roast a Zelig sarà giovedì 13 novembre, i biglietti li trovate qui.
Tutto Sotto Controllo, il game comedy show di improvvisazione e interazione col pubblico che faccio con Davide Spadolà, Patrizia Emma Scialpi e Nando Prati, debutta al Maite di Bergamo giovedì 23 ottobre, nella rassegna organizzata da Chiodo, e poi torna allo Spazio Rosmini di Monza per i e le ragazz* dell’Arci Scuotivento l’8 novembre, subito dopo un pranzo a sostegno della Palestina.
Sezione open mic: sabato 25 ottobre torno al Radio Aut di Pavia, thanks to Laura Pusceddu; martedì 14 novembre partecipo al nuovo microfono aperto del Cinemino di Milano (hosted by Patrizia Emma Scialpi) e domenica 16 novembre a quello del JJ’s Corner di Milano su invito di Marco Danza.
Il video alla fine
Possiamo forse non amare Maria Bamford?
Un saluto a tutti i raccoon che ci stanno leggendo.


Nicolacampostori Propriolui è quel comico che vorresti non scendesse mai dal palco.
Ma... e un bel post sul Riyadh comedy festival ce lo possiamo aspettare? 😁